Dragowski: “Rientro lampo? Volevo riprendere quello che la sfortuna si era portata via”

La prima parte della lunga intervista rilasciata dal portiere aquilotto a Tuttosport.

Dopo il grave infortunio rimediato contro l’Hellas Verona il 13 Novembre 2022, la scorsa domenica Bartlomiej Dragowski è tornato a difendere la porta dello Spezia, in occasione della gara interna con il Lecce. L’estremo difensore polacco ha rilasciato una lunga intervista a Tuttosport nella quale si è raccontato a 360°. Di seguito la prima parte:

IL SEGRETO DEL RECUPERO LAMPO – “Volontà, voglia, il lavoro dei preparatori e dei fisioterapisti. Io invece dico anche grazie al simulatore diguida che mi sono comprato e che ho installato a casa, per il quale divento oramai pazzo. Scherzi a parte, volevo fortemente riprendermi quello che la sfortuna si era portata via”.

L’INFORTUNIO E L’ASSENZA AL MONDIALE – “L’ho visto da casa, senza potermi muovere. Fin dall’impatto con Lasagna ho capito che c’era qualcosa di grave, non sentivo il piede e la caviglia bruciava. Poi solo messaggi e telefonate e tutti a piangere. Mi è toccato tirare su il morale a tanti, mia moglie Agnieszka e papà compreso. Disfatto la valigia e via”.

IL PAPA’ CALCIATORE – “L’ho visto poco in campo, ero troppo piccolo, fu il mio primo allenatore. Dariusz Drągowski, centrocampista del Jagiellonia e del Siarka Tarnobrzeg, decise presto, a 32 anni, di dire basta con il calcio. Non ci poteva vivere, con una famiglia numerosa. Io però gliel’avevo detto che avrei puntato alto. Lui ha giocato in totale 32 partite in A, io avevo le stesse presenze a 18 anni. Correvo…”.

LA CITTA’ NATIA BYALISTOK ED I PRIMI CALCI AL PALLONE – “Una città a misura, un grande mercato, posto che amo. Lì al primo anno di Liceo ho conosciuto mia moglie, lì ho iniziato a giocare. Ma non in porta, esterno alto a destra. Poi, come spesso avviene, in una partitella si fa male il portiere e la tua altezza ti spinge tra i pali. Mai più uscito”.

I TRASCORSI IN POLONIA – “Il calcio è passione anche in Polonia, allo Jagellonia avevamo una grande leva. Debutto in prima squadra a 16 anni, maggio 2014, prendo 4 gol contro il Korona Kielce. Me la sono fatta subito passare”.

LA SCELTA DEL RUOLO E L’IDOLO – “Io a 12 anni ero già quasi alto quanto ora, quindi portiere per forza. Mi ha trasmesso molto la famiglia, alla quale sono attaccato. Poi l’ammirazione per tanti, con un solo idolo però: Artur Boruc. L’ho seguito, anche nei gesti e nei modi, perfino nel parlare. C’è stato un periodo in cui facevo quello che faceva lui in campo. Celtic-Manchester United, di qualche anno fa, fu una delle folgorazioni, ma poi seguivo tutto di lui, anche in nazionale. Il mio campionato sul pc o sul video era quello scozzese, non il mio dove giocavo”.

L’AGENTE, MARIUZS KULEZSA – “Sì, gli devo molto. Capì il momento giusto per fare il salto e mi spinse in Italia, anche se c’erano squadre di Bundesliga pronte allora. E non era facile intraprendere un cammino così: era la prima volta che uscivo dalla mia casa per andare all’estero”.

L’APPRODO ALLA FIORENTINA – “M’imbarcai con Agnieszka e costruimmo un’avventura in due. Troppo giovane per capire bene. Arrivai che non sapevo nulla dell’italiano. Però Paolo Sousa parlava cinque lingue, e tanto bastava. Dopo un anno, nel quale non mi ero sforzato molto, arrivò Pioli e mi disse subito “Da tutto questo tempo qui e non parli la lingua. Scherzi?”. Mi dovetti attrezzare”.

Redazione

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